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June 03 ● тhis is σuя fαтe, i'ṃ yσuяsCapitolo quattro. Collisione.
Quella sera non permisi alle lacrime di cadere. Le avevo ricacciate indietro prima che potessero solo provare a concepire il desiderio di sentire dell’aria fresca. Come se delle stupide gocce d’acqua avessero una coscienza.
Ero tornata in camera mia e mi ero lasciata crollare a terra, di fronte al comò che conteneva le mie cose. Non avevo voluto piangere, anche se dentro urlavo come una disperata. Lo odiavo. Lo odiavo. Lo odiavo. Le ore trascorsero, e io non mi ero mossa di mezzo centimetro. Rimanevo immobile in quella posizione scomoda, osservando la parete della casa a fianco. Finché non mi ero addormentata e risvegliata nel mio letto, ad un'ora imprecisata. Non era passato molto da che avevo aperto gli occhi, che una luce azzurrina rischiarò l’ambiente e mi accecò. Stordita com’ero, faticai a capire che cosa, o piuttosto, chi si stesse introducendo nella mia stanza. Fu la voce dolce di Andrew a togliermi ogni dubbio. “Laura..” Richiusi gli occhi, desiderando poter sparire. Non volevo ascoltarlo. “Mi dispiace.. davvero. Ma.. non lo fa apposta” “Di chi stai parlando, scusa?” chiesi senza tono. Una domanda che mi sorse spontanea alle labbra, ma che non avrei voluto pronunciare. “Lo sai benissimo di chi sto parlando” rispose metodico. Se tutto ciò che faceva non era intenzionale, avrei dovuto cominciare a temere quando lo sarebbe diventato. Schiusi gli occhi di poco, e lo guardai in tralice. “Sicuro che non lo faccia apposta? A me sembra esattamente il contrario” “No, non lo fa apposta. Non capisco neanche io perché lo faccia, ma ti assicuro che non..” ma non finì la frase. “Non?” lo incalzai. “Non lo fa per te.. ma per se stesso” disse, sospirando. “Adesso si che ho capito” feci un flebile fischio. Mi girai dall’altra parte nel letto, tirandomi le coperte fino alle orecchie, sperando di concludere la conversazione. “Ti assicuro che si pentirà molto presto di ciò che ha detto” sussurrò. Sembrava convinto di ciò che diceva. Non risposi. Non avevo proprio la forza di continuare. “Così si sta solo tirando la zappa sui piedi, anche se.. Non credo proprio che..” non finì di dire neanche questo. “Parli da solo, adesso?” dissi fra le lenzuola. “Ma no.. Non sono sicuro di quello che posso dire” “Hai paura di lui?” risi all’idea. Pazzesco. “No, cioè.. Un po’. Non sai di cos’è capace tu.” Annuii. Volevo tornare a dormire, e basta. D’un tratto un pensiero si affacciò alla mia mente. Mi ero addormentata per terra.. Chi mi aveva messa a letto? “Andrew.. sei stato tu?” dissi togliendomi le coperte di dosso e alzandomi a sedere. Lo guardai in viso, e non aveva per niente una bella cera. Sembrava non avesse dormito molto. “A fare cosa?” chiese confuso. “A mettermi a letto.. cioè.. Ieri sera mi sono addormentata là, per terra” indicai la parete accanto alla finestra. “E mi sono risvegliata qua..” spiegai. “No.. io sono arrivato adesso. Forse sono stati i tuoi genitori, non credi?” Ci pensai su. “Mmm, si possibile. Hai ragione.” Ma non ne ero del tutto convinta. “Però Laura..” “Cosa?” mi stavo arrabbiando. “Man ha paura di sbagliare.. E' per questo che..” “Senti non mi interessa, chiaro?! Non ti ho chiesto niente, quindi non rompermi le scatole” Andrew si ammutolì. Era ancora in piedi, e mi fissava con una strana espressione. Desiderosa, quasi quella di un cucciolo. “Oh, Andrew..” presi fiato. “Se proprio devi parlare di lui..” Mi rannicchiai ad un estremità del letto, mentre lui finalmente si sedeva e si appoggiava all'altra estremità. Adesso aveva un gran sorriso sulle labbra. Facile da accontentare. “Beh..ha detto che è meglio che non ci affezioniamo troppo. Anche se su questo non lo capisco neanche io... ma lui non vuole farti del male, e quindi preferisce starti il più lontano possibile..” “Evidentemente non ci riesce...” mormorai seccata, sperando che non mi avesse sentito, e poi aggiunsi: “Farmi del male?” “Diciamo che è meglio non perdere sangue con lui nei paraggi..” sussurrò. Ovviamente non capii quella frase, ma non chiesi spiegazioni. Non sembrava alquanto propenso a chiarirmi il significato di quelle parole. Con il trascorrere del tempo, scoprii che frequentavano la mia scuola, e questo non era affatto un bene. A breve sarebbe riniziata la scuola, e avrei dovuto sopportarli tutti i giorni, forse. Andrew era brillante, intelligente, e poi molto simpatico, dote di cui Manuel sembrava completamente sprovvisto. Oserei dire che proveniva da un altro secolo. Le mie prime valutazioni, erano sbagliate. Non era uno di quelli belli e impossibili, e da quel che vidi, non curava neanche il suo aspetto più del dovuto. E poi era semplice.. Forse perchè parlammo fino a tardi.. ma lo sognai. La luce del sole mi abbagliò. Strizzai gli occhi, sebbene fossero già chiusi, e mi rigirai nel letto, mugolando. Sentii ridere, e spalancai gli occhi. Eppure conoscevo quella risatina maligna..ma adesso sembrava.. tranquilla. Lentamente mi alzai, senza voltarmi verso di lui. Sapevo esattamente cosa stava facendo adesso: osservava ogni mio movimente con i suoi limpidi occhi, ma non sapevo che aveva anche un sorrisetto compiaciuto sulle labbra. Quando mi voltai, restai quasi stordita. Era contro il muro, seduto, il collo appoggiato sulla mano, e mi guardava, sorridendo. Troppo bello per essere vero. E solo io trovai la finissima distinzione fra sogno e realtà. Non mi avrebbe mai guardata così. Cascai dal letto, e mi svegliai. Bah ti pareva! Cercai di ricompormi per andare a far colazione, ma optai per una doccia. Passando per il salotto, qualcosa sopra il tavolo attirò la mia attenzione. Qualcosa che non doveva esserci. Il mio cellulare che, dopo averlo spento la sera prima, avevo messo sotto il cuscino, era accanto a un pacchetto di fazzoletti. Com'era arrivato fin là? Sotto c'era un foglietto: 'Ehi, domani mattina c'è in giro Man. Occhio.' Lo accartocciai senza pensarci due volte, e volai in bagno. Anche se era piena estate, una bella doccia calda era quella che ci voleva. L'aria era più rarefatta, non si riusciva a respirare bene. Faceva un caldo tremendo, e non potevo neanche prendermi una boccata d'aria fresca che non fosse quella fuori, del cortile. Che strazio. A quel punto non vedevo l'ora di tornare a casa. Uscii dalla doccia, con i brividi, e andai in camera dei miei a cambiarmi. La luce era ancora tenue, le persiane tutte rivolte verso l'altro per non far entrare i raggi del sole, e la tenda tirata per bloccare l'afa. Tutto sembrava tranquillo, per fortuna. Nessuna ombra di rompiscatole in giro. A breve, sarebbero anche cominciale le 'lezioni di magia'. Infilai i pantaloni, e in regginseno, tornai il salotto dove aveva appoggiato la maglia la sera prima. Sentii chiudersi la porta di ingresso, e qualcuno trattenere il respiro. Mi voltai, lentamente. Spalancai gli occhi e raccolsi il fiato. "AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAh" Manuel era scioccato quanto me, si tirò indietro fino al muro e mi guardava con occhi più spalancati dei miei. Io mi infilai all'istante la maglia e incrocia le braccia, mordendomi le labbra. Scoppiai ancora: "MA CHE CA..." ma non sentii se finii la frase oppure no. Mi spinse all'indietro, bloccandomi le spalle al muro, forte e facendomi male. Mi tolse il fiato. Ma mai come due secondi dopo.. Sentii le sue labbra sulle mie, gelide, a fermarmi il respiro. Sentivo i battiti del cuore rallentare, e da un momento all'altro si sarebbero fermati del tutto. In quel momento, Manuel fece un passo indietro, un po' esitante. Aveva ancora il viso vicino al mio, e sentivo il suo respiro freddo e corto accarezzarmi le guance. Alzai gli occhi fin tanto da guardare i suoi, e involontariamente gli sfiorai il naso. A quel punto si staccò del tutto da me. Senza capire quello che stavo facendo, alzai il braccio e cercai di mollargli uno schiaffo. Lui fu più veloce di me, e con una furia dipinta sul viso, mi fermò il polso, stringendomelo, e bloccandolo al muro. “Ahia!” sibilai. Manuel continuò a guardarmi arrabbiato. “Non ci provare mai più, mi hai capito!?” “E chi sei per dirmi questo, eh?!” La presa sul polso divenne più forte. “Sta arrivando tua madre” disse senza tono “Inventati qualunque cosa” Come avrebbe reagito mia madre sapendo che c'era un ragazzo in casa? Se la sarebbe presa con me? E se avessi negato di conoscerlo.. mmm. Chissà che gli avrebbe fatto. Feci un sorrisetto dentro di me, ma qualcosa nell'espressione di Manuel, in quegli occhi ciechi, mi fece cambiare idea. No, non mi avrebbe mai guardata come in sogno. Ecco perché si chiamavano sogni. Come previsto, qualche minuto dopo, mia madre piombò nella stanza. “Ma che diamine urli? Che è successo!?” chiese furiosa. Gli occhi scintillarono dietro gli occhiali. Avevo, quasi quasi, più paura di mia madre che di Manuel. “Niente mamma. Soltanto un ragno. Era gigantesco e.. beh, l'ho ucciso. Hai mica un fazzoletto?” chiesi noncurante. Avevo mentito così spesso a mia madre che una bugia tirava l'altra. Ormai non faceva più differenza niente, e non sentivo più risentimento. “Ce li hai davanti agli occhi..” mi fece notare. Abbassai gli occhi sul tavolo, posandoli sul pacchetto di fazzoletti accanto al cellulare. “Ah. Non li avevo visti.. scusa” dissi, sventolando una mano. Mia madre mi lasciò perdere e tornò sui suoi passi. Mi lasciai cadere sul letto e feci un sospiro, tremulo. Oddio.. Manuel si era acquattato nell'angolo e mi guardava. Sembrava più tranquillo, adesso. “Un ragno?” chiese ironico. Non gli risposi. Comments (15)
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