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June 23 ● Gσ iи aиσтheя ċαgeCapitolo nove.
Attacco. Il gelido tocco della lama divenne sempre più doloroso. Con se portava qualcosa ben più potente di ghiaccio. La testa cominciò a girarmi, e il torpore mi invase. Sentivo le braccia formicolare, come le gambe, i piedi..
Persi l’equilibrio, allargando le braccia per cercare un appiglio. Ci fu un bagliore, uno scoppio, e delle scene si susseguirono: Manuel fece un gesto veloce con le mani, senza dire una parola, e poi si mosse velocemente verso di me, accogliendomi fra le sue braccia ancora una volta. Sbattei la testa contro la sua spalla, ma non persi i sensi. Non riuscivo a mettere a fuoco niente: vidi il suo viso sfocato che mi guardava e una polvere azzurrina che ci avvolse entrambi. Il frinire delle cicale era sparito. Sentii delle voci attorno a me, e qualcuno posarmi una mano sul petto, e poi niente più. Sentivo il battito del mio cuore nelle orecchie e cominciavo a non sopportarlo. Presi il cuscino un po’ stizzita e me lo premetti sulle orecchie, nella speranza di poter soffocare quel rumore assordante. Mi voltai a pancia sotto.. e poi mi sollevai di scatto.
Mi trovavo in una bella stanza, le pareti bianche che rilucevano. Manuel era seduto sul letto, con la schiena appoggiata alla parete. A qualche centimetro dalla testa aveva un piccolo scaffale da cui pendeva un acchiappasogni, in mano aveva un blocco da disegno. Alzò lo sguardo e incontrò i miei occhi. Mi scrutò per qualche secondo, poi, con aria distaccata, chiese: “Come va?” Riuscii soltanto a mugolare una risposta. Poi chiesi, la testa che girava lievemente: “Dove sono?” “A casa nostra” disse sospirando. Posò il blocco e scese dal letto. Si avvicinò e, appoggiando le mani sulle spalle, mi respinse indietro. Lo guardai stralunata. “Non ti agitare, per favore. In questo momento ho davvero poca pazienza.” “Cosa?” “Il simpaticone ti ha ferita con il veleno” fece un sorriso ironico, e poi mi lasciò andare. “Se hai bisogno fai un fischio, vado di là..” Mentre lo guardavo uscire dalla stanza mi venne in mente solo una cosa da dire. “Ma io non so fischiare” Nel corridoio risuonò una risata. “Lo so” La luce tenue del sole che penetrava dalla finestra mi accecava. Non riuscivo a sopportarla. Mi alzai lentamente, per evitare di cascare come un sacco di patate a terra e mi avvicinai alla finestra per chiudere le tende. Mi voltai e guardai la stanza attentamente. Avevo sempre immaginato che la camera di Manuel fosse stata il massimo del disordine.. invece non c’era una cosa fuori posto. Alla pareti vi erano attaccati una buona quantità di fogli, della stessa grandezza dei blocco da disegno che adesso era posato sul letto. Erano disegni, fatti a mano, e solo due o tre erano colorati. Presi il blocco da disegno fra le mani e sollevai la copertina, quasi avessi paura che da un momento all’altra il foglio mi mordesse. La prima pagina era vuota. La voltai velocemente, e trovai un disegno bellissimo quanto impossibile. Era un albero, di ciliegio, con tutte le sue sfaccettature e disegnato con la massima cura. C’erano persino dei fiori che svolazzavano nell’aria inconsistente del foglio. Ed era..bagnato. Ma non nel vero senso della parola. Il foglio non era bagnato. Era semplicemente la scena, ad essere bagnata. Aveva quest’effetto perché era colorato. Il lieve tocca azzurro quasi non si vedeva in contrasto con il rosa scuro, ma sul rosa pallido era fin troppo evidente. Quasi impallidii di fronte alla tanta bravura. Quasi tutte le pagine erano a quel modo. La rappresentazione cambiava sempre, ma lo stile era invariabilmente lo stesso. Verso la metà del blocco i disegni non erano più colorati, ma semplicemente in bianco e nero. Lanciai un’occhiata a quelli attaccati alle pareti e ripresi ad osservare il blocco. Voltavo le pagine più velocemente adesso, ma non riuscivo a capire il motivo di tanta foga. Era come se sentissi qualcosa dentro che mi spingesse a farlo. Ad un tratto trovai un disegno che mi fermò il fiato. Era.. incredibile. Non poteva essere altro che recente, quel disegno. Perché.. vi ero raffigurata io. Io, nel letto a castello della nonna. Che stavo dormendo. Era fatto di chiari-scuri, e il punto di fuga era il mio viso. Ciò che c’era nella stanza sembrava che girasse intorno a me, come le lune dei pianeti. Il foglio era abbastanza stropicciato: sembrava ci fosse tornato sopra parecchie volte e i bordi vertevano verso l’alto. Era macchiato, come se fosse stato bagnato da una goccia d’acqua. E questa, a differenza di quella di prima, era vera. Sfiorai il foglio come se mi appartenesse, e immaginai una cosa stranissima. La mia fantasia si era messa in moto, sciocca come al solito. Immaginai, in quella finestra bianca e nera, che Manuel uscisse da dietro la macchina fotografica e avanzasse verso il letto, verso di me.. Scossi la testa e chiusi il blocco. Se fossi andata oltre non avrei neanche immaginato cosa potevo trovare. Lasciai il blocco da disegno e guardai il letto di fronte al quale ero seduto, ovvero dove avevo dormito. Era ad una piazza e mezzo, e sopra c’erano tre mensole con i libri di scuola. ‘Corso di Matematica’, ‘Letteratura Letterature’, la ‘Divina Commedia’. Non c’era né un armadio, né una scrivania. Un comodino divideva i due letti, e un trenino campeggiava in mezzo alla stanza. “Wow, me ne sono accorta solo adesso.. se fossi in pericolo di vita, mi sa che non me ne accorgerei neanche” sussurrai fra me e me, alzandomi di nuovo. Ignorando l’avvertimento di Manuel, aprii la porta e uscii dalla camera, senza fare il minimo rumore. Il corridoio era immerso nell’ombra, sebbene fosse giorno. Alla mia sinistra si trovavano altre tre porte, a destra c’era il soggiorno. E la cucina, pensai. Le pareti della cucina erano rosse carminio, un colpo in un occhio in un certo senso, ma avevano il loro stile. C’era una bella credenza al cui interno si intravedevano piatti di ogni genere, bicchieri e tante altre cose di vetro e cristallo. Manuel era appoggiato all’isola, e fissava il vuoto con un bicchiere di latte in mano. Sembrava non avermi vista. Ogni stanza era più bella dell’altra. Guardando il soggiorno rimasi poco meno che scioccata. Adesso sì. Sentivo gli occhi di Manuel sul viso, ma ebbi paura a voltarmi verso di lui. La sala era grandissima e piena di luce. L'intero angolo a sud del salotto era preso da una vasta vetrata, mentre nell'angolo opposto stava un bel pianoforte nero lucido, su un piccolo palchetto, alle spalle di uno dei grandi divani beige. Uno era ad angolo, l’altro era semplice, a tre posti, e nel mezzo era interposto un piccolo tavolino rettangolare, di cristallo forse. Una libreria occupava l'ultima parete rimasta, e qua e là, fra libri di ogni genere, si notavano degli oggetti come una farfalla di vetro, un fiore di cristallo. Su uno scaffale era poggiato un cubo di rubik, e a fianco ad esso, una piramide in legno che aveva tutta l’aria di essere un gioco di logica. “Manuel..” sussurrai. “Sì…?” lo sentii dire contro il mio orecchio. Non lo avevo sentito muoversi, ma l’atmosfera cambiò di colpo. Divenne quasi gelida, ma cercai di ricordare alla testa che era solo Manuel. Sospirai, e poi scossi la testa. “Che cos’è successo?” chiesi, cercando di non respirare quel dolce profumo di frutta che emanava. Ed era maledettamente difficile, perché sentivo il suo respiro sul collo. Chiusi gli occhi cercando di invocare un briciolo di pazienza, se non di autocontrollo. Feci qualche passo avanti, avvicinandomi alla vetrata. Dava su un grande giardino pubblico, molto bello, verde e con tanti alberi. Mi voltai lentamente. Manuel mi guardava pensieroso. “Non te lo ricordi?” “No, cioè, sì.. dico dopo.” “Beh niente, ti abbiamo portata qui e la mamma ha fatto il resto” disse alzando le spalle. “La mamma?” “Sì, mia madre è medico” “E sa..?” chiesi confusa, gesticolando con le mani. “Sa” confermò semplicemente. “E adesso.. dove sono tutti?” Non riuscivo ad impormi di non guardarlo, era come una calamita per i miei occhi. Non per la bellezza straordinaria, no, questo no. E non ne sapevo neanche il motivo. Lo guardavo e basta. "Andrew, credo che sia.." si interruppe e ci pensò "Non so dove sia.. La mamma è all'ospedale, e la piccola peste sarà da qualche parte.." concluse distrattamente. "Piccola peste?” chiesi sgranando gli occhi. Mi guardò con uno sguardo accattivante e sorriso malignamente. “Sì, piccola peste” il sorriso si spense. “Mio fratello Ryan, ha sei anni..” disse bevendo un sorso dal bicchiere. “E poi.. Sembra talmente logico.." dissi all’improvviso. "Che cosa?" chiese confuso. "Che tu sappia tutto!" dissi esasperata. Gli lanciai un'occhiataccia. Che strano che era, non sembrava il solito rompiscatole. "Chi era quello?” chiesi infastidita. "Quello chi?" soffiò da sopra il bicchiere. Non mi guardava, e la cosa mi dava ancora più fastidio di quando mi osservava senza staccarmi gli occhi di dosso. “Quello che è quasi riuscito a farmi secca..” cantilenai. Questa volta fu lui a lanciarmi un’occhiataccia. “Senti smettila, mi hai stufato. Già ti avevo detto di rimanere a letto..” “E non ci sono rimasta” gli feci notare. “Non obbedisco ai tuoi ordini, perché non sono il tuo cane da compagnia o roba simile!” sbottai. Sbatté il bicchiere sul banco della cucina, dandomi le spalle, e poi, con espressione minacciosa, si volse lentamente verso di me. Arretrai all’istante. Con la schiena toccai l’isola alle mie spalle e mi fermai. Trattenni il respiro, mentre Manuel si avvicinava, un espressione agghiacciante sul viso. Appoggiando le mani all’isola, mi bloccò ogni via d’uscita. I suoi occhi mi facevano paura: erano spenti, profondi, scuri. Sempre verdi, ma fremevano dietro ad un’ombra invisibile. Prese a fissarmi, occhi negli occhi, e vidi chiaramente che qualcosa stava crollando. “Smettila di essere sempre così” sussurrò, la voce tagliente e affilata, ma il suo respiro sul viso era dolce. Assaporai il profumo di frutta e cercai immediatamente di schiarirmi le idee. “Così come?” sussurrai atterrita. Quasi lanciai un urlo quando mi sollevò sul bancone e mi strinse a se. Adesso ero spaventata. “Sei come un sassolino nella scarpa” “U-un sassolino?” “Sì, fastidioso.. però poi non c’è solo questo, no..” sussurrò in tono melenso. “Ah no?” Lo vidi abbassare gli occhi: fissava le mie labbra, gli occhi che gli bruciavano. “No, tu mi distrai” Rimani zitta, rimani zitta. Non dargli corda, sussurrai furiosamente dentro di me. “Ci ho provato, ma proprio non riesco. Non riesco a restarti indifferente” Continua a stare zitta ! Manuel si mise a ridere. “Sei troppo forte..” poi cancellò ogni umorismo dal viso e si avvicinò lentamente. Il suo respiro mi accarezzava, e le sue labbra arrivarono a sfiorare le mia. Sentimmo distintamente la chiave girare nella serratura, e la porta d’ingresso si spalancò. Ci voltammo entrambi per vedere il viso di Andrew cambiare colore e diventare di una strana sfumatura viola. Si era bloccato vedendomi sopra il bancone, con le braccia del fratello intorno alla vita. Manuel si allontanò all’improvviso da me, tossendo imbarazzato, mentre Andrew faceva qualche passo avanti, inchiodandomi con i suoi dolci occhi che splendevano di quel blu elettrico, purtroppo feriti. Mi morsi un labbro. Oddio, fatemi uscire da questo incubo. Un momento. Ma.. era la stanza a girare?
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