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June 11 ● яun aώay tяy tő finD a safe place yőu can hiDeCapitolo cinque.
Odioso. “A volte sei davvero poco credibile. Un ragno..” Manuel sbuffò e uscì dal suo angolino. Prese il mio telefono da sopra al tavolo e guardò lo schermo. “A quest’ora ti fai la doccia tu?”
“Perché che ore sono!?” chiesi sarcasticamente. “No è mattina..la sera è molto più rilassante” disse con tono suadente. Già, proprio rilassante. “La sera di solito dormo” dissi acidamente, avvicinandomi e togliendogli il telefono di mano. Seguì il silenzio, dove sentivo l’elettricità che vagava nella poca distanza che c’era fra me e Manuel. Mi voltai all’istante per non incontrare i suoi occhi, e sentii una ciocca di capelli alzarsi. Manuel si era appoggiato al tavolo e fissava il colore dei miei capelli, come per studiarlo. Poi disse, calmo e quasi sussurrando: "Non ti innamorare di me" Quando avevo sentito che mi aveva toccato i capelli, mi ero voltata istantaneamente. Quando avevo sentito la sua voce, mi morsi un labbro. Era una frase, semplice, banale. Non avrebbe dovuto farmi quell'effetto. Feci un passo indietro, solo per accorgermi che ero con le spalle al muro. I suoi occhi erano inevitabilmente incollati ai miei, e ciò peggiorò di gran lunga la situazione. È già troppo tardi, pensai disperatamente. Perché, perché? E nell’istante che seguì, avrei voluto seppellirmi. Le guance si stavano colorando di un bruttissimo rosso, caldo, vergognoso, e le lacrime salirono fino alle ciglia, bagnandomi gli occhi. Crudelmente. Come volevasi dimostrare, non appena vide che arrossii, si arrabbiò. Non fece niente di particolare, a parte allontanarsi istintivamente, riprendendo la solita maschera di freddezza che si era portato dietro per tutti quei giorni. “Non ti illudere. Non significa niente. Ciò che è accaduto, beh, dimenticalo. Era solo per farti stare zitta..” Come al solito. Se sbadatamente perdevo l'equilibrio, lui, malvagiamente, mi rimetteva al mio posto. Era stato morbido.. Bello, perfetto. E poi..aveva rovinato tutto con quelle parole, che solo lui poteva usare. Si schiarì la gola, e poi disse con voce perfida: "Io non lo faccio altro che per te..." "Oh, sta zitto!" "Ma è la verità...tu non mi piaci." Chiusi gli occhi per attutire le parole, e non appena li ebbi serrati ben bene, sentii la sua mano coprirmi la bocca. Il suo tocco mi gelò il sangue, e mi fermò le lacrime. Non le fece scorrere. Riaprii gli occhi, e il suo viso affabile mi diede il colpo di grazia. "Non piangere. Detesto vederti piangere per colpa mia." E allora non farmi piangere, gridai dentro di me. “Questo non è un problema mio” e con quella frase mi liquidò. Restò per tutto il pomeriggio in mia compagnia, ma né io né lui spiccicavamo parola. Mentre lui mi ignorava, facendosi gli affaracci suoi, io facevo altrettanto. Non aveva senso che restasse solo per farmi saltare i nervi, ma a quanto sembrava, provava una gioia crudele nello stuzzicarmi. Ogni tanto mi lanciava degli sguardi, quando smetteva di ignorarmi, e faceva un sorrisetto nient’affatto positivo. Rispondevo sempre e solo con il silenzio, e facevo finta che non esistesse. Non volevo altro che la giornata finisse velocemente. Arrivò la sera, la notte, la mattina.. e non mi sembrava di aver chiuso mai gli occhi. Era successo tutto e niente. In realtà, non era successo proprio un bel niente: l’unica cosa era stata così vivida da sembrare reale.
E forse lo era. Andrew non si era fatto vedere quel giorno, ma in cuor mio sapevo che era stato meglio. Avrei scaricato a dosso a lui tutta la mia frustrazione, se fosse stato presente. Quindi me ne ero andata a letto, zitta zitta, a piangere le mie lacrime silenziose. Mamma non si accorse di niente. I nonni non chiesero di me, e mio padre.. tsk! Figuriamoci se lui si accorgeva di qualcosa. Qualcosa si era mossa nell’ombra, e sapevo per certo che era Manuel, ma volevo ignorarlo tanto più mi era possibile. Ma lui.. non sembrava per niente voler assecondarmi. “Sarà dura ignorarmi..” disse sottovoce, abbastanza alto che potei sentirlo anche con la testa sotto il cuscino. Grugnii. Non rompere, mormorai senza forze dentro di me. Fece una risata lieve, cantilenante, e un po’ dolce. Premetti di più il cuscino sull’orecchio. Vattene ! “Mi dispiace, ma devo tenerti d’occhio io” A quel punto scattai. Mi drizzai a sedere e dissi con rancore: “Che cavolo pensi, che scappo?!” poi mi morsi il labbro inferiore. “Quanto sei infantile..” scosse la testa. Un leggero bagliore mi colpì gli occhi: i suoi capelli colpiti dalla luce della luna. Ricadei all’indietro e chiusi gli occhi. Sapevo benissimo che non restavano a tenermi d’occhio per la paura che scappassi. Di quello certo non c’era pericolo, anzi.. Semplicemente, non si sapeva mai quando ci potevano essere gli attacchi. Notte e giorno, per il male non c’era alcuna differenza. Sospirai: speravo di addormentarmi presto, anche se con un intruso in camera era sempre difficile. “Intruso a chi, eh!?” sbottò, ma la voce era ironica. “A te deficiente!” dissi per tutta risposta. “Ehi, abbassa la cresta..” sibilò. Arrogante. E feci un sorrisetto. “Stupida” Manuel teneva la voce bassa, calma. Tranquilla. Non sembrava per niente offeso, anzi, sembrava quasi che questi tipi di battibecchi li tenesse ogni giorno. Alzai un sopracciglio, alquanto confusa. Presuntuoso. “Pischella” disse, enfatizzando la parola con un voce strana, indugiando sulla l. “Sei tu il bambino!” borbottai. “Ah, davvero? Guarda che hai iniziato tu, io non stavo facendo niente di particolare..” “Cosa!?” mi tirai su ancora una volta, e lo focalizzai velocemente nel buio. “Io ho cominciato!? Ma che ti sei mangiato a cena? Sei tu che vieni qui di soppiatto e rompi le scatole!” “Ma sei tu che hai iniziato ad offendere” Lo vidi avvicinarsi, e in pochissimo tutto ciò che riuscii a vedere fu il verde brillante nei suoi occhi socchiusi, che mi scrutavano. Mi allontanai all’istante. “Sei odioso!” dissi furiosa. “Allora tu non ti sei vista allo specchio.. ah no! Non lo fare, altrimenti gli altri non sapranno più dove specchiarsi, e sette anni di sfiga di correranno dietro..” e rise, tornandosene al suo posto, mimetizzandosi col muro. A furia di mordermi il labbro, me lo stavo quasi squarciando dal nervoso. Mi voltai a pancia sotto, sorda a tutto, e infilai la testa sotto il cuscino. Serrai occhi e labbra, e quasi smisi di respirare, desiderosa di morire. Sentii scivolare l’ennesima lacrima della giornata, e tirai piano su col naso. Ma perché.. ma non volevo più pormi perché. Strinsi gli occhi più forte e cercai di svuotare la mente, di visualizzare l’universo. Nello stato di semi-incoscienza nella quale stavo scivolando, avevo sentito distintamente che la finestra si apriva, e una leggerissima brezza notturna mi accarezzò i piedi nudi. Istintivamente avevo raccolto i piedi, poi qualcos’altro aveva attirato la mia attenzione. Impercettibilmente il letto si era abbassato: Manuel si stava sporgendo per prendere qualcosa da sopra? Forse.. Sentii una cerniera aprirsi e frugò dentro qualcosa. Poi uno sfogliare di pagine. Qualche istante dopo, partì la musica, leggera. ‘Far Away’. A quel punto mi addormentai. Comments (12)
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